LE STORIE QUELLE BELLE: ALESSANDRO ERCOLE, LA MAGICA ARTE DELLA MASCALCIA

4 Novembre 2024

Alessandro Ercole, le mani d’oro dell’Ippica

Gli uomini che sono diventati leggenda dell’ippica Italiana sono molto spesso i guidatori e gli allenatori. Ma ci sono figure altrettanto importanti che meritano di essere raccontate. Un uomo che si è distinto è stato Alessandro Ercole. E chi meglio del figlio, l’Onorevole Cesare Ercole, medico, politico e tanto altro, può riportarcelo alla memoria.

Onorevole, chi era suo padre?

Amo definire mio padre come artigiano e maestro di mascalcia.

Perché aveva scelto il mestiere del maniscalco?

Diciamo che proveniva da una famiglia di maniscalchi, prima di lui suo padre e prima ancora suo nonno. Agli inizi del secolo, i trasporti avvenivano tutti con il traino di cavalli e la sua famiglia era titolare di un rapporto esclusivo con una grande Ditta di Broni, in provincia di Pavia, che usava questo tipo di trasporto. Per cui alla fine degli studi, che a quel tempo era la media inferiore, andò’ a studiare mascalcia nella grande scuola di Pinerolo e da li iniziò la sua occupazione. In seguito, come sergente maggiore maniscalco, venne inviato col Savoia cavalleria in Sicilia. Tralasciamo le dolorose imprese dello sbarco degli americani nel 1943 che lo costrinse ad una rovinosa fuga attraverso l’Italia intera. Ritornò a casa nel 1945 e da quel momento ripartì con il suo lavoro di maniscalco.

Che carattere aveva?

Era un tipo taciturno ma aperto a qualsiasi rapporto amichevole. I suoi argomenti preferiti erano i cavalli e la caccia.

Ha lavorato per importanti scuderie. Ci racconta qualche aneddoto che regala fascino a questo sport?

Scorrendo negli anni, ai primi anni 60 mi portava con sé a San Siro a vedere il Gp delle Nazioni (e grazie a lui vidi i campioni di quel tempo). In quel periodo aveva amici maniscalchi alla Scala dell’Ippica (non ricordo i nomi forse “nando” ma non ci giurerei) e parecchi driver di quel tempo. Nel frattempo io mi incollavo davanti alla scuderia di Sergio Brighenti. Un amico in particolare era Luigi Bellotti, uomo di un’ umanità’ straordinaria.

Come collaboravano gli uomini di cavalli di quell’epoca?

A quel tempo mio padre assieme ad altri amici fondarono “la Società Ippica Bronese” ed con mille difficoltà crearono le basi per la nascita dell’ippodromo di Broni, ancora oggi ricordato come fucina di driver e gentlemen e paradiso delle corse amatoriali.

Il maniscalco aveva voce in capitolo o decideva tutto il trainer?

A quell’epoca iniziò il sodalizio col Pino Rossi. Mio padre andava a Torino quasi tutti i giorni per occuparsi dei cavalli del talentuoso Pino. Tutti i grandi cavalli del driver torinese sono passati da mio padre e sarebbe lungo l’elenco. Mi ricordo che Sharif di Iesolo, il cavallo del cuore di Pino, appena domato aveva grandi problemi di andatura e le ferrature provate furono tante. Ma prova e riprova papà ed il suo grande amico, trovarono la soluzione, basta dire che poi Sharif correva con 4 ferri di alluminio appositamente forgiati da mio padre. Un esempio di come il driver ascoltasse il maniscalco.

Tre Derby vinti anche grazie al suo lavoro. Ce li racconta?

A quel tempo papà si occupava anche dell’allevamento dell’Adriatica a Novi Ligure e dei puledri del Signor Blangino. Sharif di Iesolo, Dailer, furono i capolavori di Pino Rossi al Derby. La vittoria di Sharif a Roma me la ricordo bene e dai vecchi filmati d’epoca si vede chiaramente mio padre abbracciare il Pino alla fine della corsa, segno di un’ amicizia incaccellabile ancora viva oggi tra il sottoscritto e il grande driver piemontese. Alla fine degli anni 70, papà venne chiamato da Edy Gubellini ad occuparsi della sua scuderia e mio padre aprì una mascalcia proprio accanto a lui. Si occupava anche dei puledri in quel di Divignano e dell’allevamento del signor Giudici a Villanterio. Furono anni di attiva collaborazione che raggiunsero l’acme con la vittoria di Eskipazar al Derby. Senza dimenticare Speed Expert e Micron Hanover al cui seguito mio padre giro mezzo mondo.

Aveva dei segreti sul suo lavoro, ce li vuole svelare?

Non aveva segreti, anzi appena ne aveva il tempo cercava di insegnare ai giovani l’arte della mascalcia. Una cosa mi ricordo bene: studiava sempre i libri di veterinaria sulle patologie del piede. Erano la sua fonte di ispirazione. Non lasciava nulla al caso e se un cavallo aveva bisogno di un ferro particolare eccolo alla forgia per costruire il pezzo progettato. Non dimentichiamo che allora tutti i ferri erano forgiati direttamente dal maniscalco. Ore e ore passate a battere il ferro e a plasmarlo. Ricordo che quando doveva fare un ferro particolare chiamava me, giovane studentello a battere la “mazza”.

Come era il rapporto con Pino e Edy?

Pino Rossi ed Edy Gubellini, due signori delle redini lunghe. Amici e soprattutto uomini d’onore. Dopo la dipartita di papà, sia Pino che Edy, presenziarono all’elogio funebre. E questo ci dice quanto i rapporti interpersonali fossero improntati sul rispetto.

Pippo, il figlio di Edy, era fisso nella vostra scuderia?

Pippo era una furia da giovane. Ricordo che allora Edy chiese a papà se poteva farlo correre a Novi Ligure (allora divenuto amatoriale: siamo nel 83/84). Corse col mio Poviglio (forse la sua prima gara) e naturalmente vinse. La vittoria ce l’aveva nel sangue.

Aveva un guidatore che stimava molto?

Non aveva particolare predilezione per i driver se non per quelli con cui lavorava.

Come è cambiata l’Ippica di quell’epoca?

L’Ippica è cambiata totalmente. Ma auspico che si torni a quella del cuore, quella che ha fatto innamorare anche me.

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