LE STORIE QUELLE BELLE: BRUNO GRIZZETTI, I MIEI MITI RIBOT E FRANKIE

4 Gennaio 2025

Bruno Grizzetti è un allenatore di galoppo italiano con una lunga carriera nell’ippica, caratterizzata da un impegno costante e da numerosi successi. La sua passione per i cavalli e le corse è cominciata sin da giovane: i genitori avevano un piccolo maneggio a Viggiù in provincia di Varese, ed è proseguita con dedizione e passione nel mondo delle competizioni ippiche. La sua carriera è stata impreziosita da molte vittorie in importanti corse nazionali e internazionali. Ha vinto tutte le corse di Gruppo in Italia, tranne il Premio delle Oaks, dove è arrivato secondo. All’estero ha trionfato in corse di assoluto rilievo, quali: Prix De L’Astarté, Prix Le Papin, Prix De Cobourg, Prix Rothschild. Inoltre i cavalli da lui allenati sono poi stati venduti all’estero e si sono confermati vincenti. Oltre a queste vittorie, Grizzetti è noto per la sua attenzione alla formazione dei giovani cavalli, “guidandoli” in modo strategico verso il raggiungimento delle migliori prestazioni. La sua competenza, maturata in anni passati in giro per il mondo, è apprezzata anche per la capacità di selezionare cavalli promettenti e di farli crescere al massimo delle loro potenzialità. Ha vinto due volte la classifica degli allenatori ed è il primo e il solo trainer ad aver detronizzato l’egemonia dei Botti. Nel 2024 ha chiuso al terzo posto, dopo Stefano Botti, Endo Botti-Cristiana Brivio. Ha avuto come prime monte i fantini numero uno al mondo: Frankie Dettori, Mirco Demuro, Gerald Mossé, Antonio Fresu ed Umberto Rispoli. Cristian Demuro è stato suo allievo fantino.

Bruno, che cosa rappresenta per te Ribot, il cavallo “leggenda” del galoppo mondiale?

E’ un punto di riferimento, un pezzo di storia. Federico Tesio, il Mago di Dormello, il suo allenatore, è la luce per tutti coloro che amano allenare i purosangue. Per tutti quelli che prediligono la velocità e ricercano la perfezione. Sono stato felice quando sono riuscito nel 2000 ad acquistare un pezzettino del centro di allevamento il “Dormelletto” che vide scorrazzare sui prati verdi il cavallo tanto caro al Marchese Nicolò Incisa, Ribot, la Ferrari del galoppo mondiale.

Tu ami il meglio, l’amicizia con Frankie Dettori ne è la conferma. Quando è nata?

Ci conosciamo da ragazzini. Anni 1984-85. Ci siamo incontrati in una piccola scuderia a Varese. Ci vedevamo spesso da Pinuccio Molteni e Teresa Colangeli. Io facevo l’assistente di Gabriele Miliani. E’ un’amicizia consolidata. Quando ho avuto bisogno si è sempre tenuto libero per me. Mi ha fatto vincere il Parioli, l’unico Gran Premio che mi mancava in bacheca. I nostri destini si dovevano incrociare per forza: suo padre Gianfranco veniva a montare al nostro maneggio.

Quando nascerà un altro Dettori?

Trovare un fantino che è riuscito a stare sulla cresta dell’onda come lui per oltre trent’anni non sarà facile. Per ora non vedo nessuno che possa quantomeno avvicinarsi. I fenomeni sono preziosi e unici perché non sono soggetti ad inflazionarsi.

Ti piace il bello sotto ogni forma, ma a differenza di tanti che si incontrano nel galoppo non sei per nulla snob. Anzi, diciamo inaspettatamente umile. Un atteggiamento che ti rende ancora più simpatico.

Ho iniziato dal nulla. Ho fatto l’artiere e ho fatto un percorso umile che mi rende molto orgoglioso. Non mi piace guardare le persone dall’alto verso il basso. Posso stare con importanti proprietari e con gli uomini di scuderia indistintamente. Per arrivare a fare questo lavoro ho fatto un po’ di tutto. Dopo l’artiere, il gentleman, il cross country, corse al trotto e concorsi ippici. Una gavetta che mi ha permesso di conoscere il mondo del cavalli a 360 gradi. Elementi fondamentali per fare il mestiere di allenatore.

Ma in cosa consiste fare l’allenatore di galoppo?

L’allenatore di galoppo è come un poeta. E’ un lavoro che devi fare con il cuore anche se il nostro è un mondo crudele, dove alla fine contano soltanto i risultati. Praticamente non stacchiamo mai. I cavalli, almeno nel mio caso, mi assorbono completamente. Non faccio mai vacanze e le destinazioni estere sono sempre finalizzate al mio lavoro. Se nel calcio l’allenatore ha una verifica una volta alla settimana, noi dell’ippica tutti i giorni. Devi essere una persona forte che sa tenere a bada i momenti down e gestire quelli up. E poi è importante avere dei validi collaboratori, uno staff preparato e affidabile.

Qual è il tuo cavallo del cuore?

Sono molto affezionato a Rakti, che ha corso dal 2001 al 2005. La vittoria del mio primo Derby con Mirco Demuro ce l’ho ancora cucita addosso. Mi ha reso molto orgoglioso quando è stato venduto perché ha vinto sei Gruppo 1 a dimostrazione che ho consegnato un cavallo integro. Questo atleta mi ha dato una visibilità internazionale.

Ci vogliono i campioni come testimonial per far innamorare la gente dell’ippica, ma non bastano. Giusto?

Quando sono stato presidente degli allenatori, avevo fatto in modo che le scuole della zona frequentassero i centri di allenamento. I ragazzi devono vedere come si accudisce un cavallo, come si allena, come si cavalca. All’estero l’ora di educazione fisica viene utilizzata per far cavalcare i pony. Bisogna inserire la cultura del cavallo nelle scuole. Ritornare al passato, quando questo animale era ancora più a stretto contatto con l’uomo. Sono un nostalgico. Vorrei rivedere le corse sulle tv nazionali per uscire dal nostro “ghetto”. Come succedeva negli anni Settanta e Ottanta con le corse tris in televisione con la voce unica ed inconfondibile di Alberto Giubilo. Bisogna ritornare ad essere visibili sulle reti generaliste.

Quale sarebbe la medicina giusta?

Creare centri accoglienti dove la gente ami andare e che siano aggreganti. Le strutture di allenamento devono essere aperte a tutti. I cavalli vanno ammirati e toccati. Io amo condividere le emozioni. Lo faccio anche con le persone che sono vicine a me. E’ proprio nel mio dna.

Perché non sei mai andato via dall’Italia?

Sono folle, istrionico e sono attratto dall’ippica che appartiene alle grandi realtà e alle tradizioni consolidate, come quelle americane, inglesi e francesi, ma alla fine sono un “paesano”. Amo stare nella mia comfort zone. Probabilmente questo è il mio grosso limite. Ho bisogno di vedere i paesaggi che mi appartengono, i capolavori che la natura ha regalato all’uomo: il Lago Maggiore e le distese verdi dei prati dove mosse i primi galoppi Ribot. Me lo dice sempre Eugenio Colombo, il più importante manager di galoppo al mondo, quando vado a trovarlo a Miami; mi “insulta” perché per lui sono un talento sprecato con il mio essere stanziale.

E il tuo sogno?

Intanto, mi farebbe piacere che risorgesse l’Ippodromo di Monza per sentire le grida del pubblico. Anche gli spettatori salgono in sella con te, tagliano il traguardo con te, gioiscono con te. Sono sentimento integrante del meraviglioso mondo delle corse. Pur di riassaporare questa emozione accetterei anche gli insulti dei giocatori al rientro del cavallo che ha perso… Pensa un po’!

 

D’altro canto fa parte del gioco.

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