Fernando Jovine, napoletano di nascita, romano di adozione, è stato un fantino conosciuto per il suo immenso talento, e con un grande idolo nel cuore, Sergio Fancera, mani di velluto, che ha cercato in tutta la sua carriera di assomigliargli e in effetti si è avvicinato molto al grande jockey della capitale. Chiamato il chirurgo, perché operava in corsa, così dicevano i suoi fan. La sua carriera è iniziata nel settembre 1984 e si è conclusa nel 2009.
Nando, tutti ti chiamano così, sei figlio d’arte?
Sì, vengo da una famiglia di ippici. Uno zio fantastico, Ferdinando, fantino della Scuderia Tagliabue che correva negli anni ‘50. Papà Aurelio, anche lui è stato un discreto fantino. Ho imparato prima a montare a cavallo che a camminare. Infatti non vedevo l’ora di salirci sopra. Dopo la doverosa gavetta in scuderia, a 16 anni mi hanno dato fiducia e ho iniziato a correre. Prima gli allenatori se non eri bravo ti lasciavano a piedi. Erano veramente molto esigenti.
Come è stato il tuo primo approccio con colui che è diventato il tuo miglior compagno di lavoro?
Quando ti trovi davanti a questo atleta immenso, il cavallo, o ti scatta un amore incondizionato, oppure, ti assale il timore e ti allontani. Io ho optato per la prima scelta.
Come jockey, quali sono le caratteristiche che ti riconosci e che ti riconoscono?
Un grande senso dell’andatura, di sapermi adattare a quasi tutti i cavalli, con una predilezione particolare per le femmine. Con le femmine ho vinto tutto. Avevo un feeling particolare. Difficilmente sbagliavo i parziali e avevo il senso del traguardo. Quello che mi hanno sempre riconosciuto è di possedere ottime mani. E quando gli avversari mi lasciavano andare davanti era dura riprendermi. Era dura per tutti. E sorride.
Mi dici un aneddoto che cristallizza questa tua caratteristica?
Nel Gran Premio di Milano vinto con Edless hall, un cavallo di Luca Cumani, andando in testa da un capo all’altro. E’ stata una perla in una giornata fantastica in cui ho vinto altre corse importanti e per quattro allenatori diversi.
E quindi Edless hall, è il tuo cavallo del cuore?
Sicuramente è un animale a cui devo molto, ma il cavallo che ho nel cuore è Micio, un cavallo di scuderia normalissimo con il quale giocavo a nascondino con mia moglie Cinzia. Portargli l’anguria, dopo averla mangiata noi a casa, era come farlo sentire uno di famiglia.
Un testa a testa storico?
Nel Bereguardo, sempre a San Siro a Milano, me lo ricordo ancora, un testa a testa avvincente con Frankie Dettori. Lui montava un cavallo che la volta precedente avevano affidato a me. Sapevo quando avrebbe ceduto ed io l’ho beffato. Il giornale Trotto Sportsman intitolò: Kierkegaard, il filosofo è Nando.
Mi dicono che avevi un carattere freddo in corsa, concentrato al massimo, che non si concedeva al pubblico e poco avvezzo all’espansività, ma c’è un episodio in cui ti sei veramente emozionato?
Quando ho indossato la giubba dell’Aga Kan, verde smeraldo con le spalline rosso rubino, me la sogno ancora. Per me era un grande orgoglio rappresentare quella storica scuderia a Milano e a Roma. E poi con Zomaradha, allenata da Luca Cumani, per lo Sceicco Mohammed Obaid al Maktoum con cui ho vinto il Lydia Tesio. Poi è diventata la mamma del grande Dubawi.
Oltre ad una lucida follia che cosa deve possedere un fantino in corsa?
La spregiudicatezza, perché deve imporre il suo carattere agli avversari e non aver nessun timore reverenziale verso gli altri. La freddezza, appunto, e quella è una dote che non ti trasmette nessuno. La fortuna, quando hai la possibilità di salire in sella ad un cavallo che ti mette in evidenza ed infine il talento che hai nel dna.
Datti un voto come professionista a terra ed uno a cavallo.
A terra 8, non ero molto accondiscendente e non scendevo mai a compromessi. Avevo un brutto carattere. Difficilmente mi prendevo la colpa quando non ce l’avevo. Come professionista a cavallo 9, il fantino perfetto non esiste. Ero presuntuoso ma ero contento del personaggio che ero diventato. In sala fantini mi facevo rispettare.
Ce l’hai un rimpianto?
Avrei voluto che la mia carriera, dopo l’Italia, potesse esplodere in Inghilterra. Dovevo osare prima. Il Regno Unito era nelle mie corde perché niente viene lasciato al caso. Le regole sono ferree, ma le corse inglesi hanno un fascino irresistibile. Pensa che, se per molti il sogno è quello di vincere l’Arc de Triomphe, per me il massimo sarebbe stato vincere le King George. Corsa vera, dura e difficile. Il gotha delle corse in Europa. Sarei andato a piedi a Lourdes per vivere quella emozione. Ma mi sono consolato andando a trovare la Madonna del Divin Amore prima dei grandi eventi italiani. Era a tre chilometri da casa mia.
Il chirurgo, oltre a Sergio Fancera che stampava gli avversari sul palo e loro non se ne accorgevano nemmeno, chi ha ammirato?
In primis Frankie Dettori, l’italiano più inglese di tutti, che lascerà un vuoto immenso quando smetterà. Pensa che con lui ho lavorato in Dubai da Godolphin nel 96, per sei mesi, quando c’erano grandi cavalli come Swain e Daylami. Sempre a livello internazionale ho apprezzato tantissimo il jockey texano Cash Asmussen.
Che cosa vuoi dire ai tuoi tifosi?
Che mi perdonino per quelle volte che mi hanno giocato e non sono andati alla cassa.
Il chirurgo li saluta con affetto, taglia e chiude.