Gianfranco Dettori è una figura di spicco nella storia dell’ippica italiana e internazionale. Nato il 25 aprile 1941 a Serramanna, in Sardegna, Gianfranco è stato uno dei più grandi fantini italiani di tutti i tempi. La sua carriera è stata caratterizzata da numerosi successi sia a livello nazionale che internazionale, ed è ricordato per il suo stile elegante, la sua determinazione e il grande talento nel montare i cavalli da corsa.
Ha iniziato la sua carriera a fine anni Cinquanta, dimostrando fin da giovane un’incredibile abilità nel montare i cavalli. Negli anni Sessanta e Settanta è diventato un protagonista assoluto dell’ippica italiana, vincendo moltissime gare importanti. È stato per 13 volte Campione d’Italia e ha ottenuto successi memorabili in competizioni prestigiose in tutta Europa e oltreoceano. La sua capacità di “leggere” il cavallo, di adattarsi a qualsiasi situazione di gara e di sfruttare al meglio le sue risorse lo hanno reso una leggenda del mondo dell’ippica. Era noto anche per la sua dedizione e disciplina, qualità che gli hanno permesso di competere ai massimi livelli per decenni. Inoltre nel 2009 gli è stata conferita l’Onorificenza di Cavaliere dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Ma la cosa che nessun albo d’oro può raccontare è il grande amore che prova per il figlio Lanfranco e la stima che riservano reciprocamente. Una particolarità, Gianfranco non usa il cellulare (anche se ce l’ha) e quindi è la Signora Cristina, la moglie, conosciuta a Deauville, che è sempre stata al suo fianco ed il suo grande punto di riferimento, che ci mette in contatto.
Gianfranco, perché è chiamato il mostro?
Mi hanno chiamato all’inizio Nazareno, figlio di Dio, ma poi è rimasto “il mostro” perché vincevo con cavalli improbabili. Ero un mostro per tutti a montare.
Ha fatto, appena arrivato a Roma, il ragazzo di bottega, il fruttivendolo e tutte le volte che gli chiedevano di cambiare lavoro, lei rispondeva, e perché no?! Questa è stata la sua forza?
Volevo sempre mettermi alla prova e mi è sempre piaciuto lavorare. Il continente ti dava molte più possibilità della Sardegna. Ho iniziato a stare con i cavalli inizialmente al trotto, ma quando mi proposero da Tordivalle di andare a Capannelle perché avevo un fisico leggero, solo 46 kg, e adatto a fare il fantino, io risposi: e perché no!
Chi trovò a Capannelle?
Trovai un altro fantino sardo, Angelo Vincis, allievo della Scuderia Mantova. Da noi poi è partita la tradizione dei fantini che provenivano da quella terra.
Ma con i cavalli ci ha saputo fare fin da subito. Come faceva a gestirli? Gli sussurrava qualcosa a quelli più difficili?
E’ una cosa inspiegabile. Non lo so nemmeno io. Io capivo loro e loro capivano me. Se sono diventato Dettori un motivo c’è, ma questo feeling che ho sempre avuto è difficile da spiegare. Bisognerebbe aver parlato con Prince Paddy, un cavallo giovane e bizzarro che con me divenne un agnellino. Ho vinto molte corse con lui, quando gli altri gli giravano alla larga. Il proprietario Ely Evans, che mi chiamava “il bambino”, rimase sbalordito per il modo in cui controllavo quel cavallo, dopo avermi mandato al diavolo tante volte quando mi proponevo di montarlo.
E’ vero che in Australia é ancora un idolo?
Si è vero. Quando Lanfranco è andato a correre a Sydney, gli italiani di una certa età che facevano il tifo per me all’epoca, gli dicevano quando ci riporti tuo padre? Si ricordano quando vinsi, quattro delle corse più importanti da ultimo del campo. All’inizio della mia carriera, mi avevano invitato con gli otto più grandi jockey, tra cui Lester Piggott, il francese Saint Martin, Larsson e tanti altri, grazie alla segnalazione che fece Huchinson, un fantino australiano che mi aveva visto correre e vincere la classifica in Italia. Mi sentivo come un pesciolino fuori dall’acqua. Mi snobbavano ed io pensavo: l’importate è partecipare. Vinsi sempre io con cavalli che pagarono anche 20 contro 1. Con uno in particolare feci scalpore, Brisbane, non aveva mai vinto in carriera. Un successo improvviso e da lì è cominciata tutta la fama internazionale e la mia storia che è durata oltre vent’ anni.
A proposito di suo figlio, non è sempre stato rose e fiori tra di voi.
Non è vero. Sfatiamo questa leggenda metropolitana. Solo all’inizio quando mi disse che non voleva studiare più e che voleva fare il fantino, tra poco cadevo dalla sedia, non credevo che avesse fatto una vita di sacrifici alzandosi presto la mattina. Poi gli comprai una bicicletta, abitavamo ad un chilometro dall’ippodromo di San Siro, e lui tutte le mattine si alzava alle cinque e mezzo per andare a montare i cavalli. Da lì capii che quella poteva veramente essere la sua strada. E lo mandai da Luca Cumani nel Regno Unito. Ed insieme decidemmo di mandarlo in America ad imparare e a completare la sua formazione. Ma quello che dicevo io era vangelo per lui, mi stava ad ascoltare, a dimostrazione della grande ammirazione che aveva nei miei confronti. Solo un’altra volta mi sono fatto sentire, perché diciamo che ha avuto uno sbandamento, nel momento in cui era esplosa la sua carriera in Inghilterra, si era montato la testa, ed io ho cercato di fargli riportare subito i piedi per terra.
Che differenza c’è tra lei e suo figlio Frankie in corsa?
Lo stile della mia epoca all’inizio era diverso. Le staffe erano più lunghe, poi ho portato la moda di accorciarle come facevano in America. Per me i fantini americani erano i più bravi al mondo. Sono perfetti e non disturbano il cavallo. La moda di dare “culate” alla sella non l’ho mai sopportata, appartiene ai fantini mediocri. Nel 1965 andai negli Stati Uniti con Sergio Cumani e riportai in Italia questo modo di montare all’americana. Questo stile l’ho insegnato a Lanfranco. Io ero molto raccolto in corsa, lui ancora di più. Una volta ci siamo sfidati a Milano nel Premio Castellini, in un bellissimo testa a testa (nella foto) ed ho vinto io con un cavallo che si chiamava Kracovia, la città in cui era nato il Papa Wojtyla.
Ha mai detto, oggi ho montato da Dio?
Non l’ho mai pensato. Ma nella mia testa, senza dirlo a nessuno, mi davo la carica quando entravo in pista e mi convincevo che avrei vinto io. Probabilmente questo convincimento è stato una buona medicina.
Ha dei cavalli del cuore?
Wollow e Bolkonsky, che mi hanno fatto vincere dieci Gran Premi in Inghilterra.
La famiglia Dettori, ha dimostrato di essere una dinastia purosangue. Adesso chi porterà avanti la tradizione?
La tradizione, quando Frankie smetterà di correre anche in America, sarà finita. C’è mio nipote che allena ma come fantini non ci sarà più nessuno I figli di Lanfranco non hanno la passione e il fisico. Queste nuove generazioni non hanno più le phisique du role. Sono troppo alti di statura.
Come è stato il suo addio alle corse avvenuto a cinquantadue anni?
E’ stato duro. Ero scioccato. Lo sarà anche per mio figlio uno choc. L’ha fatto in Inghilterra, e lo ha fatto da vincente. Adesso si sta divertendo a correre negli Stati Uniti.
L’Ippica Italiana cosa ha bisogno attualmente?
Ha bisogno di pubblicità. Nessuno ne parla più. Neanche la Gazzetta dello Sport. La statua in bronzo che hanno dedicato a mio figlio ad Ascot, nemmeno Lester Piggot ce l’ha, non lo sa quasi nessuno che c’è. Negli altri paesi è uno sport amatissimo e molto seguito, qui in pochi sanno che a San Siro si disputano le corse con i cavalli. Ad esempio , le nuove generazioni. Siamo dei disfattisti, non riusciamo a valorizzare quello che facciamo di buono. E’ più facile che faccia notizia un episodio negativo.
Che cosa è stata per lei l’Ippica?
Il mio non è stato un lavoro. E’ stato un gioco, un divertimento, un passatempo. Non è stato un sacrificio. Ho vissuto una vita da film.
Qual è il suo sogno?
Vorrei rinascere fantino, mi sono divertito troppo. Perché no!