LE STORIE QUELLE BELLE: GIORGIO PUCCIATTI, IL MAGO DELLA PISTA DRITTA

30 Dicembre 2024

La storia che racconteremo oggi riguarda le qualità di un fantino che ha fatto dell’amore per i cavalli e la velocità la sua professione. Giorgio Pucciatti, romano doc, figlio d’arte, anche il padre è stato un bravo jockey, in quasi 30 anni di corse ha vinto tutto in pista dritta. Dai 1000 mt ai 1400 non ce n’era per nessuno. Le corse in pista dritta sono intense e richiedono grande agilità, forza e controllo del cavallo, poiché le accelerazioni e la dinamica di queste gare le rendono incredibilmente pericolose. Pucciatti ha guadagnato la reputazione di essere un “fenomeno” in questo campo, dimostrando un talento eccezionale, una tecnica di monta precisa e un approccio senza paura alle competizioni ad alta intensità. Oltre alle sue abilità fisiche, il successo di Pucciatti poteva essere frutto del suo approccio strategico alle corse e alla sua profonda conoscenza dei cavalli che cavalcava. Il suo nome è diventato sinonimo di vittorie e prestazioni straordinarie in questi eventi, dove ogni secondo conta e dove i fantini esperti possono fare la differenza tra vincere e perdere.

Giorgio, perché questa predilezione per le corse in pista dritta?

Erano i primi anni sessanta. Quando muovevo i primi passi in pista, mi fermavo alle Capannelle ad ammirare e a scorgere i segreti di fantini fenomenali come Vittorio Rosa e Marcello Andreucci. Avevo capito, grazie a loro, che dopo una sgabbiata veloce si doveva stare dietro ai primi e spostare dopo i 500, 400 metri. Il cavallo è ancora fresco e reattivo alle sollecitazioni perché è tranquillo e non è stressato. Una volta Jacqueline Freda, che mi chiese come facessi a vincere sulle distanze brevi, le spiegai la tattica e alla sua prima uscita mi batté. Vatti a fidare delle donne. Scherzo, ovviamente.

Se tu non avessi fatto il fantino cosa avresti fatto nella vita?

Avrei fatto il fotografo.

Mi hanno detto che quando lavoravi i cavalli la mattina, il veterinario ti chiedeva consigli. E’ vero?

Avevo, e credo di avere ancora, una certa predisposizione a capire se un cavallo avesse dei problemi fisici, e quindi quali cure apportare, oppure se il cavallo volasse ed era in forma per affrontare una gara. Mi chiamavano Niki Lauda.

Fare il fantino è una professione pericolosa, ma il gioco ne è valsa la candela?

Farlo a certi livelli assolutamente sì. Con i cavalli buoni ne vale sempre la pena. Ho vinto 1.400 corse da fantino e 500 da allenatore.

Ma ti è mai capitato di averla vista brutta in corsa?

Devi sapere che io non ho mai amato correre sulla sabbia. Una volta, per fare un favore ad un amico che mi chiese di montare un puledro sui 2.200 mt, caddi per colpa di un allievo che mi contrastò, mi ruppi cinque costole che mi perforarono un polmone. Rimasi fermo 40 giorni e persi il treno di montare alle Oaks con un cavallo che conoscevo a menadito, Svanzeca di Rencati.

Qual è la vittoria che hai scolpita nel cuore?

Sono due. La prima con Gaius nel Melton e con Piero Giardino.

Chi è stato il tuo mentore?

Lorenzo Brogi.

La strategia di come affrontare le corse brevi l’abbiamo capita, ma quale era la tua caratteristica vincente?

Sono sempre stato un tipo tranquillo e quando ero nelle gabbie volevo trasmettere al cavallo questa emozione.

Cavallo del cuore?

Senza dubbio Turati con il quale ho perso due corse drammatiche, il Derby e il Premio Roma. Sono arrivato secondo in tutte e due i casi.

Come fantino e allenatore?

Una grigia. Si chiamava Chuny (nella foto), una cavalla difficile perché tendeva a scartare in corsa. Ho vinto il Carlo Chiesa e sono arrivato secondo nel Regina Elena.

Sei soddisfatto della tua carriera o hai qualcosa da rimproverarti?

Sono soddisfatto. Non ho mai corso per vincere la classifica. Dovevo montare a 52, 53 kg e ho fatto tanti sacrifici per restare nei parametri. Correvo per il pubblico, quello sì. E ovviamente per i proprietari. Non buttavo via nulla perché i tifosi che scommettevano dovevano essere rispettati.

Si dice che i 1.000 mt si corrono in apnea. E’ una leggenda metropolitana?

In tanti lo fanno. Ma il cavallo deve respirare tranquillamente perché arriva più lucido al traguardo

Uno dei tuoi migliori amici nell’ippica?

Sicuramente Gianfranco Dettori,” il mostro”. Abbiamo più volte corso in rapporto di scuderia alla Siba e alla Cieffedi. A proposito di Carlo D’alessio, proprietario eccezionale, una volta mi disse in romanesco: quando “moro io” l’ippica cambierà in peggio. L’Avvocato ha avuto ragione.

Per chi hai allenato?

Per la Signora Vaglica, la Scuderia Settimi, La Nuova Sbarra, Scuderia Rossoblù, in Sardegna ho allenato i cavalli di Giovanni Moro e ho ottenuto buoni risultati anche quando ho aperto la mia scuderia.

E delle giovani leve chi apprezzi?

Sicuramente Alessio Satta, perché trova subito posizione in corsa e vede bene il traguardo.

E chi potrebbe essere il futuro Frankie Dettori?

Antonio Fresu diventerà un grande. Negli Stati Uniti sta facendo impazzire gli americani, molto tecnici, ma la nostra testa se la sognano.

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