LE STORIE QUELLE BELLE: SERGIO FANCERA, MANI DI VELLUTO

25 Novembre 2024

 

Sergio Fancera è stato un celebre fantino italiano, attivo principalmente negli anni Sessanta e Settanta. Nato a Firenze, alle famose Cascine, in una famiglia legata all’ippica (era figlio di Otello Fancera senior, romano doc, e padre del fantino Otello Fancera junior), esordì giovanissimo a 15 anni, il 17 settembre 1959. Tre giorni dopo il debutto, vinse la sua prima gara in sella a Galena, una cavalla di proprietà della cugina Elena Fancera. Fancera fu noto per il suo stile elegante e la sua abilità tattica. Fu il modo delicato con il quale si rivolgeva ai cavalli che gli valse il soprannome di “mani di velluto”. Fu il grande giornalista Alberto Giubilo ad affidargli questo appellativo. Era affascinato da come stava a cavallo, che non maltrattava mai. Mai una frustata. Si dice che una frusta gli sia durata anche venti anni. Sergio Fancera si ritirò nel 1987, concludendo la carriera con una vittoria, e successivamente si dedicò all’addestramento dei cavalli, seguendo l’esempio dello zio Mario. È ricordato come uno dei fantini più amati nella storia delle corse italiane, grazie alla sua costanza e al carisma che lo contraddistingueva.

Risponde alle domande con disponibilità, gentilezza e con grande orgoglio per una carriera che gli ha permesso di vivere fortissime emozioni e soddisfazioni.

Sergio, intanto grazie per la disponibilità, ma con il pubblico come era il suo rapporto? Era socievole?

Ero scontroso. Schivo e riservato. Amore e odio, ma l’educazione innanzitutto. Quando sei favorito e perdi, ovviamente inveiscono contro di te, perché parlano con il biglietto in mano. Vale anche il contrario in positivo. E’ normale. Qualche problema magari l’ho avuto con alcuni allenatori, mentre i proprietari mi adoravano perché vedevano in me una persona seria e corretta.

Gli esperti le riconoscevano intelligenza tattica, freddezza in corsa e di calcolare la minima mossa. Si rivede?

Sì, è vero perché c’era l’esperienza e poi rispetta il mio carattere razionale. Sono stato fortunato a montare fin da subito cavalli buoni. A diciotto anni ho vinto il Regina Elena. A quei tempi se non eri bravo gli allenatori non ti facevano montare mai. I proprietari dovevano avere grande rispetto da parte di tutti noi.

Come si preparava ai grandi appuntamenti?

Quando dovevo correre i Gran Premi mi isolavo e pensavo solo a quello. Le corse me le studiavo tutte in maniera maniacale. Ci tenevo talmente tanto a fare bella figura!

Ma quale è stata la sua più bella corsa?

Sembrerà strano, ma mi sono detto bravo quando ho perso il Derby di una corta testa da Marracci della Dormello Olgiata con in sella Depalmas. Io montavo Latislao di Oppelm della San Bartolomeo.

La sua più grande gioia come uomo e come fantino?

Come uomo per aver costruito una bella famiglia, serena e tranquilla. Tre figli, Otello, Veronica e Simone. Come professionista la vittoria del Derby con Gay Lussac. Fu un duello entusiasmante con Marcello Andreucci con un cavallo allenato da Enrico Incisa che si chiamava Tierceron.

Il cavallo del cuore?

Senza dubbio Ovac. Quando ero in corsa lo chiamavo “capoccia“ perché aveva la testa grossa come un montone e lui muoveva le orecchie perché riconosceva la mia voce.

Con Gianfranco Dettori, rivale storico, come erano i vostri rapporti?

Eravamo amici con il “mostro“. Giocavamo, scherzavamo sempre. In pista diventavamo avversari, sempre con onestà e rispetto reciproco. Non ci siamo mai dati fastidio. Era divertente vedere il pubblico che ci tifava come allo stadio.

Gli sportivi spesso sono scaramantici. E lei che rapporto aveva con i rituali pre-corsa e i sogni premonitori?

Non volevo che mi dicessero in bocca a lupo. Era deletereo per me. E poi quando sognavo i serpenti, il giorno dopo mi succedeva sempre qualcosa di negativo. Sono terrorizzato dai rettili.

Il suo rapporto con il peso?

Tutta la vita sono stato senza mangiare. Ho passato una vita in sauna. Ho interrotto la carriera prima del tempo anche per questo. Non ce la facevo più a sostenere un’alimentazione che mi privava di tutto. Insalata, carne, uova sode e qualche volta il pesce. Nient’altro. Ero alto 1,65 e montavo a 53-54 kg.

Il suo rapporto con l’estero?

Ho montato in Francia, in America, in Sudafrica. C’è un aneddoto a Deauville che mi brucia ancora. Avevo vinto una corsa con Duke of Marmelade e dopo tre quarti d’ora, dopo essere stato premiato con foto e celebrazioni varie, mi hanno retrocesso al quinto posto. La sirena non era suonata per “intervento di inchiesta“ subito dopo la corsa. Mi hanno contestato il fatto che ero andato di dentro, perché non trovavo spazio e ho strusciato un avversario davanti a me. E vabbè. Nel contempo ho vinto tantissime corse e tanti piazzamenti con uno strike rate pari al 70%.

Se dovesse rinascere cosa vorrebbe fare?

Il fantino, sempre e solo il fantino. A 5 anni montavo già su cavalli grandi. A scuola andavo con i pantaloni a ghetta e riuscivo a coinvolgere tutti a tal punto che un giorno, visto che facevo la scuola di avviamento al lavoro dai preti, li portai tutti alle corse a Capannelle tra lo stupore dei compagni di scuola e dei prelati. Mio padre, grande fantino, voleva che facessi il medico così potevo vedere le donne nude. Io invece ho messo il paraocchi e sono andato avanti per la mia strada.

Qual è il fantino dell’era moderna che apprezza di più?

Fabio Branca, un talento inespresso fino in fondo, e Alessio Satta perché ragiona in corsa. Non tollero quelli che danno le sederate. Non li sopporto proprio a tal punto che quando vedo qualcuno che fa così cambio canale. Io e Ovidio Pessi, come due comari di una volta, stiamo in tribuna principale a guardare le corse tra una battuta divertente e l’altra di colui che è stato un grande della Dormello Olgiata, il Pessi. Ah, anche io a 17 anni ho montato Calamite della Scuderia di Bolgheri. Tra poco svengo quando mi ingaggiò Vittorio Ugo Penco.

 

Qual è il suo più grande rimpianto?

Per quanto riguarda me, rifarei tutto quello che ho fatto. Sono stato stimato dai proprietari e dagli addetti ai lavori. L’unico rammarico che mi sento di dire è di non aver visto sbocciare mio figlio Otello. Ha vinto 1.000 corse, ma poi ha mollato. Era alto 1,70 e pesando troppo avrebbe dovuto stare una vita perennemente a dieta. Un sacrificio che probabilmente non se l’è sentito di affrontare fino in fondo. Peccato.

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