Chi risponde dalla Florida è Frankie Dettori, personaggio iconico dell’ippica mondiale, in questa vacanza relax che serve a lui e alla sua signora per distrarsi dai drammatici fatti di queste ultime settimane, con gli incendi che hanno provocato morti e distruzione in quella zona degli Stati Uniti dove, da circa un anno e mezzo, si è trasferito il nostro illustre ospite che ci concede un’intervista esclusiva.
Frankie, a proposito di California: le notizie ci raccontano che sono andate distrutte 10.000 case e ci rappresentano immagini apocalittiche. Chissà quante persone in apprensione per te.
In effetti, sono stato tempestato di telefonate di parenti e amici che si preoccupavano per noi. Per fortuna, il fuoco è stato bloccato da un’autostrada a dieci corsie che ha fatto da barriera e l’abitazione, di proprietà di un allenatore di origini greche che mi ha accolto in California, è stata risparmiata. A Malibù c’era l’inferno. A Santa Anita Park è stato allestito nel parcheggio un centro di primo soccorso dai volontari che hanno distribuito coperte, vestiti, medicinali e altri generi di necessità. Sono stati in pericolo di vita addirittura 1.500 cavalli. L’aria era irrespirabile con un odore di plastica fortissimo. Anche durante le corse l’atmosfera era molto tesa al pensiero che ci fossero tutt’intorno persone che non avevano più nulla.
Come sta andando la tua avventura americana?
Venendo qui ho trovato un’altra vita che ci piace e ci fa star bene, anche se i miei figli sono rimasti in Inghilterra. Non ho stress e non devo più dimostrare niente a nessuno. L’ippica è diventata il mio hobby di lusso.
E l’ippica a stelle e strisce di che salute gode?
È in ottima salute. I premi sono integrati da risorse provenienti dal gioco d’azzardo. I soldi ci sono e i proprietari investono, perché riescono ad avere profitti e non solo costi. In Inghilterra c’è qualità dei cavalli, il pubblico affolla gli ippodromi, ma i soldi che restano alla fine sono pochi. Detto questo, la nostra tradizione italiana con Ribot, la Dormello Olgiata, Federico Tesio, se la sognano qua in America.
Ecco, appunto: la tradizione non si discute, ma cosa serve nel concreto per guarire e per rilanciare la nostra ippica?
La nostra ippica ha bisogno di soldi ed investimenti, per un discorso puramente economico e per guadagnare in visibilità. E’ indispensabile che le corse italiane possano seguire il filone americano: da una parte, deve essere premiato il proprietario che ha il cavallo da corsa vincente dandogli visibilità attraverso i canali televisivi nazionali, dall’altra il giocatore che scommette deve poter contare su una tassazione bassa come in America, o anche in Inghilterra e in Francia. E poi il doping deve essere riscontrato prima della corsa e non dopo, a tutela del benessere del cavallo e del giocatore.
Tornando agli Stati Uniti, con quale spirito ci sei andato?
Corro e amo sempre vincere, sono un competitivo per natura. La differenza sta nell’approccio. Prima vincevo per gli altri, adesso per me stesso.
Come sono gli impianti?
Per il 95% sono tutti uguali a mano sinistra, tracciati in sabbia e sulla distanza del miglio. La tecnologia invece è avanzata. C’è un laser che cronometra i passaggi che poi servono ai fantini per gestire i parziali. Dopo 15.000 corse io non ne ho più bisogno. Qui si punta tutto sulla velocità e la partenza è fondamentale. Sempre con la quinta marcia ingranata. Si è strategici grazie ai tempi che si fanno.
Come sei stato accolto dai colleghi?
Sembrerà strano, ma all’inizio avevo un po’ di timore e loro non mi hanno certo steso il tappeto rosso. Io amo conquistare le cose difficili, mi fanno diventare più bravo. Ti racconto un aneddoto. Arrivato nelle scuderie, una mattina ho sentire gridare “Campione, Campione”. Era un gruppo di appassionati messicani che mi avevano riconosciuto. L’ho trovato incredibile. Non pensavo che la mia fama fosse arrivata fin là.
Cos’è che ti potrebbe fermare?
Due cose: la prima è un infortunio, l’altra se passo di moda e non mi fanno più montare cavalli di Serie A e da Gruppi 1. Ma io non ci penso e continuo a dare spettacolo saltando dal cavallo, il mio gesto iconico.
Quanto pensi di restare in America?
Per altri tre e quattro anni, finché mi diverto e penso che finirò la carriera qua. Adesso ho cinquantaquattro anni e sto bene.
E poi?
Mi dividerò tra Inghilterra e Italia.
Non ti manca la Sardegna?
Certo. Lì c’è il mio papà e una visita gliela farò sempre, ma in Inghilterra ho i miei cinque figli.
Cosa pensi di fare una volta conclusa questa tua seconda vita, dopo l’addio alle corse in Inghilterra? Azzardo: il manager? L’allenatore?
No, no, niente di tutto questo. Ho provato a fare anche l’allevatore, ma non mi piace. Una volta tornato in Europa, mi butterò nel mondo dei media a fare il commentatore. O nel Regno Unito o in Italia, o alternando i due Paesi, è lo stesso.
Saresti disponibile a sostenere il piano di rinnovamento dell’ippica italiana dell’attuale compagine Ministeriale, facendo da Ambasciatore dell’ippica italiana all’estero?
Si, sono disponibile ad aiutare l’ippica italiana. Tutti noi siamo custodi del nostro sport e mi sento responsabile.
Sarai presente a Royal Ascot a fianco della Direzione Generale che sta organizzando un importante evento promozionale?
Per il 90% sì. Non sarò presente come fantino ma come public relations. Una grande occasione per incontrare le persone coinvolte in questo progetto.
Ma qual è l’immagine dell’ippica italiana all’estero e, in particolare, del processo di innovazione che si sta portando avanti dopo 15 anni di declino e abbandono?
L’Italia era caduta in un declassamento insopportabile, ma dalle notizie che mi arrivano si avverte l’impegno e la volontà di ripartire rimboccandosi le maniche per rilanciare uno sport meraviglioso.
E adesso che farai?
Fino ad aprile starò in California, e poi mi sposterò nel Kentucky per il Derby. E soprattutto continuerò a viaggiare per piacere con la mia Catherine.
Frankie sta scoprendo l’America, ma sta scoprendo anche la vera essenza ed i valori della vita. E lo lasciamo continuare a passeggiare sulla spiaggia con il rumore delle onde in sottofondo e con la testa alla sua Italia.