Nell’ippica, un valore che può determinare il successo di un proprietario, è legato alla dea fortuna. A volte però aver pescato il jolly che ti fa chiudere il gioco ha il risvolto della medaglia. Questa è la storia di un uomo che ha acquistato e scommesso su un cavallo, per il nome simpatico che portava, e per aver espresso un desiderio, in un capodanno del 1997, che da lì a poco avrebbe vinto il Derby. Ma il sogno di questo uomo speciale e sensibile è diventato ancora più ambizioso. Enzo Giordano, ha realizzato tutti i suoi traguardi grazie a Varenne, il trottatore più vincente al mondo
Enzo, gli italiani dovrebbero essere riconoscenti, perché alla fine non hai mai venduto Varenne?
Non credo alla riconoscenza, ma in effetti volevo che il cavallo fosse degli italiani.
Ti sei mai sentito o vantato di essere il proprietario del cavallo più forte di tutti i tempi?
No, assolutamente no. Sono una persona umile, schiva. Ho sempre preferito stare due passi indietro. Ma sono sempre stato un uomo ambizioso, determinato e sapevo che avrei trovato prima o poi un cavallo unico. Nel 1998 acquistai Varenne e da lì mi è cambiata la vita.
Chissà in quanti avrebbero voluto essere al tuo posto. Hai sentito invidia intorno a te?
Devo dire che la mia vita è stata caratterizzata da alti e bassi. Si sa che sul carro dei vincitori ci vogliono salire tutti e ti abbandonano quando non servi più. Posso dirti che quando sono stato in auge ho aiutato tanta gente, famiglie intere, amici caduti in disgrazia. Mi vedevano come un santone, un portafortuna. Non capivo il perché, pensavo scherzassero, ma a Napoli lo sai che sono scaramantici. E poi…
E poi cosa è successo?
Quando nel 2003 mi sono ammalato gravemente mi hanno abbandonato tutti. L’unico che mi è venuto a trovare è stato il figlio di Mike Bongiorno, Michelino, che aveva realizzato un documentario su Varenne. Questa è un’amarezza che mi porto dentro. Ma il problema sono io. Non sono stato in grado di gestire la situazione. Ho fatto scelte sbagliate ed errori di valutazione. La bontà la paghi.
Enzo, ci ricordi il periodo più bello della tua vita ippicamente, parlando? Immaginati di essere a Parigi, a Vincennes, anno 2000. Cosa ti viene in mente?
Il primo anno di Varenne all’Amerique abbiamo pagato l’inesperienza. Fece però una corsa strepitosa. Arrivammo terzi. Paris turf, il giornale francese, rimase talmente estasiato per la prestazione da predire che il mio cavallo sarebbe stato il vincitore dell’edizione successiva.
E nel 2001?
Tutta un’altra storia perché Varenne era maturato, aveva 6 anni, nel pieno della sua vigoria atletica. Pensai che dovevamo fare un tifo da stadio. E per l’occasione acquistai un centinaio di bandiere tricolore. Fino ad allora nessuno aveva pensato ad uno spettacolo del genere a supporto di un cavallo. Sono stato io a lanciare la moda. Al seguito 4000 italiani, un vero e proprio esercito. Quasi tutti scommisero su di lui che pagava a quota 2.4. Ci fu un’esplosione di gioia sul traguardo. Per fortuna che ho il cuore buono, altrimenti sarebbe stato un problema grosso. Sono un emotivo per natura. La notte, prima della corse non riuscivo mai a dormire.
Nel 2002 ci fu la consacrazione?
I sostenitori al seguito di Varenne diventarono 8.000. Nonostante pagasse quasi a mezzo, lo puntarono tutti. Aveva il numero 18, perché aveva vinto più di tutti e a quei tempi assegnavano l’ultimo numero del campo. A metà retta d’arrivo Giampaolo Minnucci sollecitò i tifosi ad un’esultanza potente che irritò non poco i francesi. E le bandiere al vento coprirono tutta la tribuna e il parterre. Ci fu un episodio che mi dette molto fastidio. Alla premiazione, in quell’occasione c’era Alain Delon, invece di darci il solito trofeo che sancisce la vittoria al Prix D’Amerique, ci fu consegnato solo quello dello sponsor. Ci dissero che non ce lo davano perché lo avevamo vinto l’anno precedente. I francesi non si smentiscono mai a conferma dell’antagonismo che hanno nei confronti degli italiani.
Hai riprovato a cercare un altro Varenne?
Ci ho provato. Qualche pensiero l’ho fatto su Galatea Dany, da puledra era promettente. Ma il treno passa una volta sola.
Lo guarderai il Prix D’Amerique?
Lo vedrò ma soffro di nostalgia.
La tua è una storia che merita di essere approfondita. Perché qualche volta dietro a grandi successi si celano grandi amarezze.
Sto scrivendo un libro, si intitola “Io e Varenne, due vite parallele”. La mia è stata una vita esaltante ma veramente, e sottolineo veramente molto complicata. Chissà se la gente arriva ad immaginarselo. Il mio desiderio adesso è di far tornare Varenne a Napoli, qui vicino a me, per andare a trovarlo un po’ di più.