SPECIALE PRIX D’AMERIQUE: IL VINCENTE GIAMPAOLO MINNUCCI

20 Gennaio 2025

.E’ stato il driver del più forte trottatore di sempre. Gianpaolo Minnucci ci racconta l’emozione, la paura, la speranza che ha vissuto 25 anni fa. Era l’anno 2000, quando si presentò per la prima volta al Prix D’Amerique, con il capitano Varenne. Dopo quell’esordio, si ripresentò sia nel 2001 che nel 2002 con esiti travolgenti. Varenne è l’unico cavallo nella storia dell’ippica internazionale ad aver vinto il titolo di cavallo dell’anno in tre differenti Stati: Italia, Francia e Stati Uniti ed è il solo che ha vinto nel 2001 tutte le corse più importanti al mondo. Ma riavvolgiamo il nastro.

Gianpaolo, sono trentasei anni che guidi i cavalli. C’è un momento della tua carriera che vorresti rivivere altre mille volte?

La vita è fatta di step. Potrei dirti quando ho vinto la prima corsa in carriera. Mi ricordo una volta che ero a Vincennes da spettatore, in compagnia del grande William Casoli, dissi a voce alta: un giorno mi piacerebbe correre su quella carbonella nera.

Visto com’è andata, il tuo desiderio è andato oltre le tue più rosee aspettative?

Infatti, non solo ci ho corso, ma ho vinto due Amerique. E’ come chiedere all’universo un bicchiere d’acqua ed invece mi è arrivato il mare.

E con il gigantesco Varenne sei entrato nella leggenda. Mi descrivi come hai vissuto quelle tre edizioni?

Al primo Amerique non ero teso. Pensa che la sera prima, io e Pippo Gubellini, che aveva vinto al sabato il Prix de Luxemburg, abbiamo fatto le cinque del mattino. Praticamente mi sono presentato alla sfilata con i vestiti usati per fare” bisboccia” (sottolinea in borghese, ride), mentre gli altri erano già con la tuta di rappresentanza. I venti minuti dallo start sono micidiali. Ecco, solo in quel momento, ho provato un brivido alla schiena. Mi sono ricordato quando ero sugli spalti da spettatore.

E agli altri due che hai vinto?

Il 2001 l’ho vissuto come una vendetta. Avevo il dente avvelenato per come era andato l’anno precedente, dove siamo arrivati terzi. Nel 2002, eravamo attesi e quindi c’era l’adrenalina per confermare il nostro valore.

Ti sei mai sentito il driver più importante al mondo visto che con Varenne avete vinto tutto?

Questo no, non l’ho mai pensato. Però con orgoglio posso dire che ho avuto l’onore di guidare “il cavallo”, non un cavallo, ma “il cavallo”. E ho detto tutto.

E ai detrattori che dicono che la tua fortuna è stata guidare “LUI”, come rispondi?

Il cavallo fa il guidatore, ma intanto è capitato a me avere questa fortuna. Tutto il resto è noia.

Com’è stato il rapporto con i francesi?

All’inizio ci guardavano con la puzza sotto il naso. I francesi non sono cattivi, sono francesi. Poi la stima è aumentata, ma mai sviscerata palesemente. Dopo l’epoca vincente degli anni Settanta, con il nostro ritorno a Parigi negli anni Duemila e i successi conquistati, gli italiani sono di nuovo saliti alla ribalta. Posso dire che sono stato un pioniere della nostra ricomparsa nell’albo d’oro. E poi bisogna dirlo, noi siamo guidatori svegli. Dopo un paio di corse su una pista difficile come quella di Vincennes sappiamo già cosa fare.

Tu sei l’unico driver che ha ricevuto l’onorificenza di “Cavaliere dello sport” dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi.

Si alla fine sono queste le cose che contano, non le coppe.

Andrai al Prix D’Amerique domenica?

Certo. Se non ci vado io non lo fanno. Scherzo!

Condividi su: